Abbiamo posto a Emanuela Spinucci, Fundraiser senior e docente del Master Religious Fundraising, alcune domande sulla crisi che il nostro paese sta vivendo a causa del COVID-19 e le implicazioni che questa avrà sul fundraising, ma anche sulla formazione delle risorse all’interno delle organizzazioni.

Stiamo affrontando una crisi drammatica dal punto di vista economico e sociale che investe tutti, nessuno escluso e ci obbliga a vivere dentro casa in uno stato di paura, ansia e attesa. Una volta attraversata la crisi sarà necessario ripartire ma nel momento in cui le persone, le famiglie soffrono di mancanza di beni primari, di lavoro, come potranno le nostre organizzazioni chiedere ancora soldi? La formazione, poi, non è un bene necessario, dunque anche questo Master potrebbe essere, per i fundraiser, gli enti e le organizzazioni religiose, considerato superfluo in questa fase. Tu cosa ne pensi?

Siamo in piena Fase 2, si riapre. Usciamo adesso da un pesante stato di frastornamento. Non credo che la solidarietà potrebbe mai fermarsi, del resto abbiamo visto come la raccolta fondi della Protezione Civile abbia raggiunto dei risultati impensati. Il COVID-19 è arrivato con una motivazione talmente forte, da influire su tutte le altre, ha usato il linguaggio dell’urgenza. Nel nostro paese, nel mondo, le emergenze prima del COVID-19 – cancro, ambiente, ricerca scientifica, e così via – non si sono fermate, né si fermeranno. Dopo aver visto medici e infermieri senza riposo, gli ammalati sfiancati e tir militari carichi di bare, se oggi dovessi parlare di mission, parlerei solo al positivo, parlerei di risultato. La gente ha bisogno di speranza che in questo momento è venuta meno, il donatore ha bisogno di entrare in un circuito di serenità. I donatori di domani sono uomini e donne sensibilizzati da una tragedia: prima della richiesta dovranno essere avvolti dalle mission e gratificati fin da subito per aver donato, per esserci ora e ancora.

La pandemia del Coronavirus ha fermato molti eventi “fisici” importanti di fundraising, basti pensare alle Maratone, alle charity dinner, agli eventi di piazza. Senza eventi di face-to-face e senza poter incontrare i propri sostenitori, il rischio è di non riuscire a raccogliere abbastanza per le proprie campagne. Secondo te, le organizzazioni saranno costrette a rinunciare in futuro a questo strumento “tradizionale”? Nel caso di eventi annullati, come sarà possibile recuperare le persone iscritte senza dover rinunciare alle donazioni? In che modo poi potranno essere riprogrammati gli eventi, sia dal punto di vista della comunicazione che del budget?

Oggi, il valore aggiunto della modalità di richiesta, secondo me, sarà il Donor Care. Organizzo eventi di fundraising da anni, curo le relazioni istituzionali ed è meraviglioso pensare di far incontrare persone che parlino in un’unica occasione, tutte dello stesso argomento (la mission), ognuno da diverse angolazioni: da questo ascolto nasce lo sviluppo. Non vedo chiusura definitiva per gli eventi, certamente la fine di un capitolo di storia lavorativa, che lasci il passo a una nuova formula. Da due mesi ragiono sull’ipotesi di eventi che garantiscano il rapporto tra imprese e Terzo Settore, senza trascurare il rapporto face-to-face con il donatore. Dovremo lasciare come obsolete delle tipologie di evento per dare spazio alle nuove. Il virus ha disdetto tutti gli eventi, profit e non profit, con un danno incalcolabile, in un periodo di fiere, sviluppo aziendale, grandi raccolte fondi…un disastro! Da quel che vedo non se ne parlerà almeno fino al prossimo autunno.

Vorrei ripartire da qui, con un test evento, nuove idee. Partendo da un disegno che veda coinvolte aziende e donatori motivati. Per riprogrammare gli eventi si dovrà ripartire da dove ci siamo fermati, dalla dilatazione temporale e da ciò che tutti (bambini compresi) abbiamo dovuto ben usare: il digitale. La parte del database, che si sarebbe potuto incrementare proprio grazie agli eventi persi, vorrà un lavoro di recupero non di arresa, puntando proprio su questo. Con un esame quantitativo e qualitativo nel breve, medio e lungo periodo post COVID-19, avremo la possibilità di soddisfare le richieste di quanti sono, ad oggi, in attesa di risposta, aiuto, conferme.

Qual è l’iniziativa di fundraising che l’organizzazione religiosa o l’ente dovrebbe intraprendere già da domani?

La crisi economica post COVID-19 grava oggi su una crisi già esistente ante Coronavirus. Dovremo rivedere gli obiettivi e le proposte. Punterei certamente su comunicazione e informazione, considerando tutto ciò che in questo periodo ha funzionato di più. Accoglienza e ascolto, per ben comprendere in quale tessuto muovermi da oggi in ambiente richiesta. In questo modo, potrei disegnare una modalità di raccolta fondi che sia semplice ma strutturata ed efficace. In occasione di un evento, ascoltai un alto prelato che si complimentò per il successo del Telethon di quell’anno con Susanna Agnelli, che molto serenamente rispose “La Chiesa ha una mission forte, lontana da ipotesi di crisi“. Di fondo aveva ragione.

Parliamo del fundraising per le organizzazioni religiose o cosiddette movente ideale. Quali trovi che siano le unicità e le differenze rispetto al tuo lavoro di fundraiser con le organizzazioni religiose? Quali sono le criticità? E i punti di forza?

Oggi, grazie all’esperienza didattica formativa del Master Religious Fundraising, mi permetterei di aggiungere che occorre anche un’organizzazione strutturata per la richiesta, altrimenti, potrebbe essere crisi. I tempi sono diventati velocissimi. Il bisogno crea richiesta, abbiamo avuto due mesi di mancanze importanti, tradotte in assenza e attesa. Ho ancora l’immagine di Papa Francesco da solo in una Piazza San Pietro vuota, un evento fortissimo per la comunicazione e desolante per le coscienze.

Anche per gli enti religiosi la raccolta dovrebbe ripartire da qui. Dallo studio di nuove tecniche e dal perfezionamento del “fare”. Il punto di forza, quindi, di un ente religioso sarà la mission e l’avere un più largo tessuto di donatori. Il punto di debolezza non essere ben strutturati. Oltre a persone di buona volontà va aggiunta la formazione tecnica. Il Master non si fermerà, è molto importante che continuiamo tutti a portare in classe le nostre esperienze per creare dei nuovi Religious Manager.

Che significato assumono, alla luce di questa nuova inimmaginabile crisi, parole come “sostenibilità”, “impatto”, “sviluppo”. Qual è l’iniziativa di raccolta fondi che ti é rimasta impressa in questo periodo e perché?

Mi hanno molto colpito, in questo periodo di grandi riflessioni, il Campus Bio-Medico di Roma che, con tempi molto veloci, ha convertito il nuovo pronto soccorso in Covid Center, dedicato ai pazienti Covid. E anche la velocità di pensiero di Fondazione AIRC nel modificare un evento di piazza, come quello della raccolta fondi con le Azalee per la festa della mamma, in un evento di piazza web. Mi ha confermato che si potrà ben sperare in uno sviluppo futuro, la corsa dei privati a sostenere la costruzione della Terapia Intensiva a Milano, creata e confermata in 15 giorni. Sono queste spinte in avanti della creatività, unita a tecnica, che confermano la possibilità di rilancio.

Concludendo, nel breve periodo, questa crisi ha insegnato che la nostra forza siamo noi, sono i nostri giovani. Come senior considero oggi il mio successo non tanto in un evento che ho organizzato ed è riuscito, quanto in un evento organizzato da uno dei nostri studenti e portato alla conclusione in modo eccellente. Ripartirei anche e soprattutto da qui.

I due mesi di fermo ci hanno obbligato ad ascoltare, ad avere tempi lenti, ad organizzare meglio la nostra vita. Ecco la chance, l’occasione: da qui si potrà partire per poter prevedere delle raccolte fondi di grande successo, non senza fatica, ma con determinazione e tecnica.

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