Abbiamo posto ad Arnout Mertens, International Director of Programmes and Innovation at Jesuit Refugee Service e docente del Master Religious Fundraising, alcune domande sulla crisi che il nostro paese sta vivendo a causa del COVID-19 e le implicazioni che questa avrà sul fundraising, ma anche sulla formazione delle risorse all’interno delle organizzazioni.

Stiamo affrontando una crisi drammatica dal punto di vista economico e sociale che investe tutti, nessuno escluso e ci obbliga a vivere dentro casa in uno stato di paura, ansia e attesa. Una volta attraversata la crisi sarà necessario ripartire, ma nel momento in cui le persone, le famiglie, soffrono di mancanza di beni primari, di lavoro, come potranno le nostre Organizzazioni chiedere ancora soldi? La formazione poi non è un bene necessario dunque anche questo Master potrebbe essere, per i fundraiser, gli enti e le organizzazioni religiose, considerato superfluo in questa fase. Tu cosa ne pensi?

In generale, è sempre importante capire quando possiamo chiedere soldi e quando invece non è il momento, come è importante analizzare bene la nostra “buona causa” nel momento in cui vado a chiedere dei soldi, ma è anche vero che gli enti e le organizzazioni religiose fanno raccolta fondi da secoli e chiedere aiuto è scritto nel loro DNA, come anche occuparsi di opere sociali. Oggi il mondo della raccolta fondi è diventato più competitivo, è necessario sapere leggere un bando, scrivere un progetto, sapersi relazionare con un filantropo ma questa pandemia ha accelerato alcuni processi. Certamente al momento le iniziative legate alla salute stanno raccogliendo più fondi rispetto, ad esempio, ai progetti missionari, ma non bisogna fermarsi per questo, anzi.

Quando l’emergenza sarà passata e i fondi pubblici diminuiranno, come anche le donazioni dei grandi filantropi o major donor che avranno subito anche loro delle perdite, rimarranno in vita le organizzazioni che sapranno interagire con i donatori, mantenere la fiducia e quindi anche investire, perché no, nella formazione.

Un consacrato o una consacrata, un pastore, un imam, i ministri della fede, ecc. conoscono bene i valori della solidarietà, del volontariato, della generosità, li vivono ogni giorno per loro vocazione. Che sia servire i pasti alla mensa dei poveri, visitare le famiglie in difficoltà, dare riparo ai senza tetto, sanno bene cosa voglia dire prendersi cura dell’altro e utilizzare le donazioni a scopo sociale. Perché dovrebbero seguire un Master sulla sostenibilità e sul fundraising?

La formazione può aiutare certamente a trasformare questi valori in operatività: dallo sviluppo di un piano strategico all’esecuzione delle varie attività. Soprattutto in tempi come questi, si comprende ancora meglio quanto sia importante avere fonti diverse di entrate per non dipendere da un solo tipo di donatore e quanto sia importante costruire dei rapporti duraturi con i donatori – rapporti che possono sopravvivere allo shock di una pandemia.

Parliamo del fundraising per le organizzazioni religiose o a cosiddetto movente ideale. Quali trovi che siano le unicità e le differenze rispetto al tuo lavoro di fundraiser all’interno di un’organizzazione religiosa? Quali sono le criticità? E i punti di forza? Prova a ricostruire il percorso, le esperienze formative e professionali che ti hanno portato dove sei oggi…

Io ho lavorato nel mondo accademico, si tratta per lo più di imparare a valorizzare delle idee. In un’Organizzazione religiosa cerchiamo invece di riconoscere, trasmettere e comunicare dei valori.

Credo quindi che in un’Organizzazione religiosa i valori siano importanti e sono in qualche modo rafforzati dalla vocazione e dal percorso che ognuno intraprende per abbracciarli (penso a valori come la solidarietà, il desiderio di aiutare chi soffre). La criticità, però, è legare la professionalità con questi valori e quindi introdurre le competenze giuste, senza perdere tuttavia il patrimonio di valori che li contraddistingue.

Noto che spesso gli enti religiosi fanno fatica a trovare i giusti collaboratori, cioè le competenze ci sono, ma a volte è difficile trovare persone che condividano appunto i valori dell’organizzazione. Dall’altro lato gli enti religiosi non sempre riconoscono realmente l’importanza di certe competenze, di condivisione dei processi decisionali, ecc.

Questa secondo me è un’ottima ragione per fare formazione e imparare, insieme Organizzazioni e dipendenti, a valorizzare le unicità.

Qual è l’iniziativa di fundraising che l’organizzazione religiosa o l’ente dovrebbe intraprendere già da domani?

Se l’Organizzazione non è direttamente coinvolta nell’emergenza forse ora non è il momento di chiedere soldi. Noi, sin da subito, abbiamo iniziato “un’attività indiretta”, abbiamo cioè aumentato la nostra comunicazione con i donatori parlando con loro e informandoli che le priorità nel prossimo futuro sarebbero cambiate. Noi lavoriamo nel settore dell’educazione con i rifugiati, allora abbiamo pensato di informare i donatori che i nostri operatori e i beneficiari dei nostri progetti avevano bisogno di materiale sanitario, di fare educazione sanitaria rispetto al COVID-19, cioè che era necessario fare prevenzione.

I nostri donatori hanno veramente apprezzato questo. In altre parole abbiamo rinforzato la fiducia con i donatori.

Questo ha significato lavorare molto sulla struttura interna, sulla gestione interna, i processi decisionali, di contabilità, ecc. Abbiamo, ad esempio, lavorato sulla produzione di un manuale che permetta ai nostri direttori nel mondo di gestire bene la crisi: come muoversi sui programmi, sulla gestione delle risorse umane, ecc., sempre avendo a cuore i rifugiati. Abbiamo anche creato un piccolo manuale per spiegare come interagire con le fondazioni e gli enti pubblici che stavano finanziando i progetti, quante volte entrare in contatto, cosa chiedere, ecc. Per un ente internazionale come il nostro era importante, infatti, avere un approccio coordinato.

Che significato assumono, alla luce di questa nuova inimmaginabile crisi, parole come “sostenibilità”, “impatto”, “sviluppo”, ecc.?

La nostra Organizzazione quest’anno compie quarant’anni e siamo rimasti veramente stupiti, in senso positivo, dal sostegno che i nostri partner ci stanno dando. Si stanno rivelando molto generosi, sono molto più flessibili e ci permettono di avere più tempo rispetto all’esecuzione dei progetti (e quindi finanziarli extra budget). Questo vale sia per le fondazioni sia con i grandi donatori con cui abbiamo un contatto personale. Ecco l’importanza della stewardship. Abbiamo quindi compreso quanto il fundraising sia proprio un investimento a lungo termine, basato sulla fiducia.

È importante, per garantire una “nuova sostenibilità”, avere un’organizzazione forte, anche a livello di gestione amministrativa e finanziaria e coinvolgere sempre i propri finanziatori. E per far questo, lo ribadisco, è necessario un approccio professionale: per interagire con i donatori, per chiedere soldi per l’emergenza e per negoziare più tempo per l’implementazione dei progetti, per ottenere l’approvazione e continuare a pagare gli stipendi di chi lavora sui progetti anche se devono lavorare a distanza.

Qual è l’iniziativa di raccolta fondi che ti é rimasta impressa in questo periodo e perché?

Segnalo un’iniziativa di Papa Francesco attraverso il Dicastero dello Sviluppo Integrale per le opere sociali del Vaticano (all’interno del Dicastero c’è anche una sezione dedicata a Rifugiati e Migranti).

Adesso ha appena creato una commissione legato al COVID-19 per assistere e lavorare con le chiese locali al servizio dei più bisognosi, sia quelli direttamente coinvolti dalla pandemia, sia coloro che ne sono colpiti come vittime nell’economia informale. All’interno della commissione c’è anche un gruppo dedicato alla raccolta fondi. Seguiamo l’esempio del Papa!

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