Abbiamo posto a Cristina Delicato, Responsabile Area Fundraising dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, Docente e membro del Comitato Scientifico del Master Religious Fundraising, alcune domande sulla crisi che il nostro paese sta vivendo a causa del COVID-19 e le implicazioni che questa avrà sul fundraising, ma anche sulla formazione delle risorse all’interno delle organizzazioni.

Stiamo affrontando una crisi drammatica dal punto di vista economico e sociale che investe tutti, nessuno escluso, e ci obbliga a vivere dentro casa in uno stato di paura, ansia e attesa. Una volta attraversata la crisi sarà necessario ripartire ma, nel momento in cui le persone e le famiglie soffrono di mancanza di beni primari e/o di lavoro, come potranno le nostre organizzazioni chiedere ancora soldi? La formazione poi non è un bene necessario, dunque anche questo Master potrebbe essere, per i fundraiser, gli enti e le organizzazioni religiose, considerato superfluo in questa fase. Tu cosa ne pensi?

Non c’è dubbio che il periodo sia particolare sotto molti punti di vista.

Dovremo affrontare conseguenze impensabili fino a due mesi fa, soprattutto ricadute sociali ed economiche per numerose fasce della popolazione. Certamente le nostre Organizzazioni si troveranno tra l’incudine e il martello, perché da un lato dovranno far fronte a situazioni d’emergenza e marginalità sociale raccogliendo più fondi per tali scopi; dall’altro invece vedranno il numero di potenziali sostenitori ridursi proprio a causa dell’emergenza che a molti avrà tolto il lavoro e ridotto le entrate economiche. Ma a mio parere la solidarietà sarà ancora più forte e sono certa che molte persone troveranno il modo di donare, anche poco, soprattutto alle organizzazioni che saranno in prima linea nella battaglia alla povertà.

La forbice sarà ancora più ampia e la differenza tra ricchi e poveri segnerà ancora una volta questo spartiacque tra chi potrà e chi no. Ma noi fundraiser dovremo essere pronti a cogliere questa opportunità proprio per rispondere ai bisogni emergenti e rimboccarci le maniche per convogliare energie e professionalità su questi fronti. Ecco perché moltissimi degli enti e delle organizzazioni religiose saranno chiamati più che mai a questa sfida e necessariamente dovranno formare risorse in contesti seri e affidabili. Risorse che diventeranno truppe professionali, tecnicamente preparate e cariche di valori, etica e trasparenza.

Qual è l’iniziativa di raccolta fondi che ti è rimasta impressa in questo periodo e perché?

Non sarò molto originale in questa risposta perché citerò la raccolta fondi dei Ferragnez e per diverse ragioni. Innanzitutto sono stati i primi a darsi da fare in modo così visibile sul tema del Covid-19 e hanno raccolto notoriamente tanti soldi. Cosa che devo dire non mi ha meravigliato sia per il mestiere che svolgono che per il network di cui fanno parte. Poi rappresentano in pieno la nostra società attuale: opulenta, superficiale e sempre connessa, che raggiunge il successo e il consenso popolare, ma che nei momenti del bisogno si trasforma in madre, sorella e “crocerossina”. Ancora, la scelta della destinazione, che tanto ha fatto parlare, è la dimostrazione degli effetti immediati dell’emergenza: “dono dove serve e dove so che i soldi saranno usati velocemente e miratamente”. Quindi partecipare sulla scia dell’emotività e, su questa, continuare a coinvolgere quanti più amici e conoscenti possibili.

La forza dei social media e del mondo globale senza dubbio, ma anche il limite di potenti strumenti che in poche ore sono in grado di azzerare le distanze e allo stesso tempo acuire le differenze tra un ospedale che sa come ricevere donazioni, per esempio, e un altro che non lo ha mai fatto prima. Oppure far sentire ridicole le campagne di raccolta fondi, a fatica messe su nell’emergenza dagli uffici dedicati e dai fundraiser di turno, che dispongono come sempre di budget irrisori e di obiettivi economici invece molto sfidanti.

Insomma, una case history da raccontare, che ha in comune con tante altre storie dei nostri tempi l’assenza della competenza specifica e il paradosso del successo. Una formula che potrebbe far pensare che dei fundraiser non c’è necessità.

I ministri della fede, siano essi preti o suore di tutte le religioni, conoscono bene i valori della solidarietà, del volontariato, della generosità: che sia servire i pasti alla mensa dei poveri, visitare le famiglie in difficoltà, dare riparo ai senza tetto, sanno bene cosa voglia dire prendersi cura dell’altro e utilizzare le donazioni a scopo sociale. Perché dovrebbero seguire un Master sulla sostenibilità e sul fundraising?

Perché aggiungere alle opere di carità delle capacità gestionali è diventato ormai fondamentale per la sopravvivenza. Garantire quelle attività di sostegno ai più deboli significa oggi imparare a farlo con continuità, sia raccogliendo più fondi per la missione sia rendendola sostenibile nel tempo.

Parliamo del fundraising per le organizzazioni religiose o a cosiddetto movente ideale. Quali trovi che siano le unicità e le differenze rispetto al tuo lavoro di fundraiser all’interno di un’organizzazione religiosa? Quali sono le criticità? E i punti di forza? Prova a ricostruire il percorso, le esperienze formative e professionali che ti hanno portato dove sei oggi…

Dal mio personale punto di vista, ritengo che la differenza sostanziale tra un’organizzazione a movente ideale e un’organizzazione diciamo “laica” risiede non nel fundraising, ma nella visione e dunque nella missione.

Queste infatti saranno, nel primo caso, pregne di valori fondanti e principi ispiratori coerenti con il movente ideale. Il “perché” e il “come” avranno radici profonde nel culto, nel credo o nella cultura religiosa di riferimento. E ciò vuol dire semplicemente che nel “chiedere” e nel raccogliere donazioni, il fundraiser dovrà sempre essere consapevole di questo.

Qual è l’iniziativa di fundraising che l’organizzazione religiosa o l’ente dovrebbe intraprendere già da domani?

La prima cosa da fare, sempre, subito, è conoscere i propri sostenitori o potenziali tali.

Avere almeno un database rudimentale da cui partire per cominciare a costruire una relazione duratura ove non ci fosse ancora, oppure per continuare a coltivarla, arricchendola nel tempo.

Questo vale più di ogni altro bene, più di quanto possiamo immaginare.

Che significato assumono, alla luce di questa nuova inimmaginabile crisi, parole come “sostenibilità”, “impatto”, “sviluppo”?

Mi sento di dire che non assumono altro significato rispetto a quello originario, anzi.

Intendo dire che, dopo questa crisi, sperando appunto in un dopo, la sostenibilità di un ente o di un progetto, l’impatto sociale e benefico che esso produrrà e lo sviluppo di successive e ulteriori azioni costruttive da esso generate, non potranno che essere l’unico modo di continuare a lavorare nel nostro settore e, se mai, non saranno più dei requisiti opzionali bensì dei pre-requisiti.

Chi avrà chiari questi concetti sopravviverà nel dopo, in uno scenario che vedrà fortemente accelerata, a mio parere, la sovrapposizione tra Terzo Settore e attività imprenditoriali.

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